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THIS WEEK :Donne con un punto di vista

This Week esplora lo stile come punto di vista: dalle sfilate uomo di Parigi di Comme des Garçons e Yohji Yamamoto a Iris Apfel, Morfosis e consigli di stile.

La donna che non si veste per piacere, ma per essere riconoscibile

Ci sono donne che entrano in una stanza vestite benissimo.
E poi ci sono donne che entrano in una stanza e cambiano l’atmosfera.

La differenza non è nel prezzo di un abito, nella perfezione di un look o nella capacità di seguire una tendenza prima delle altre. La differenza è nel punto di vista.

Una donna con un punto di vista non si veste per confermare un’idea già esistente di eleganza. Non cerca di essere corretta, approvata, rassicurante. Non usa la moda per sembrare “a posto”.

La usa per dire qualcosa.

Il suo stile non è mai solo una somma di capi. È una posizione. Un gesto. Una scelta estetica che racconta una personalità prima ancora di una silhouette.

Perché avere stile non significa indossare cose belle.
Significa rendere visibile qualcosa di sé.

Questa settimana, This Week è dedicato a lei: la donna con un punto di vista. Quella che non teme l’eccesso, l’asimmetria, l’imperfezione, il dettaglio inatteso. Quella che non cerca di assomigliare a nessuna, perché ha capito che il vero lusso non è essere impeccabili.

È essere riconoscibili.

Iris Apfel: quando lo stile diventa personalità

Iris Apfel non è diventata un’icona perché era eccentrica.

È diventata un’icona perché era impossibile da confondere.

Nel suo caso, lo stile non era un esercizio di gusto. Era un’estensione della personalità. Ogni occhiale enorme, ogni collana sovrapposta, ogni tessuto, ogni contrasto, ogni eccesso raccontava una donna che non aveva nessuna intenzione di ridursi per risultare più accettabile.

Iris non cercava la misura giusta.
Cercava la sua misura.

Ed è qui che diventa interessante nello studio dello stile: perché ci insegna che avere stile non significa scegliere ciò che è proporzionato, corretto, elegante secondo una regola esterna. Significa costruire un linguaggio così personale da diventare riconoscibile prima ancora di essere spiegato.

Il suo guardaroba era un archivio emotivo.
Un insieme di viaggi, culture, oggetti, tessuti, memorie, istinto, ironia e libertà.

Non si vestiva per sembrare giovane.
Non si vestiva per sembrare ricca.
Non si vestiva per sembrare perfetta.

Si vestiva per essere Iris.

E questa è forse la più grande lezione che ci ha lasciato: lo stile nasce quando una donna smette di chiedersi “mi sta bene?” e comincia a chiedersi “mi rappresenta?”.

Perché Iris Apfel non usava la moda per correggere se stessa.
La usava per amplificarsi.

Era troppo? Sì.
Ma era troppo nel modo giusto.

Perché il “troppo”, quando appartiene davvero a una persona, non è mai un errore. È firma.

Una donna con un punto di vista non ha paura di occupare spazio. Non ha paura del colore, del volume, dell’accessorio, dell’accumulo, della contraddizione. Non cerca di sembrare più semplice di quello che è.

Iris Apfel ci ricorda che la personalità non va smorzata per diventare elegante.

Va studiata.
Allenata.
Vestita.

Perché lo stile, quando è autentico, non serve a somigliare meglio a un ideale.

Serve a somigliare di più a se stesse.

Comme des Garçons: quando l’imperfezione diventa linguaggio

Se Iris Apfel ci insegna che lo stile può essere personalità amplificata, e Yohji Yamamoto che l’abito può diventare spazio, Comme des Garçons ci porta ancora più lontano: ci mostra che la bellezza non nasce sempre dall’armonia.

A volte nasce dalla rottura.

Rei Kawakubo non ha mai cercato di rendere la donna semplicemente più bella secondo un’idea già accettata di femminilità. Il suo lavoro sembra partire da una domanda diversa, più radicale:

cosa succede se smettiamo di chiedere all’abito di valorizzare il corpo?

Cosa succede se un vestito non deve più stringere il punto vita, allungare la figura, correggere una proporzione, rendere una donna più desiderabile, più leggibile, più conforme?

Succede che la moda smette di essere decorazione.
E diventa pensiero.

Comme des Garçons lavora proprio lì: nel punto in cui qualcosa sembra sbagliato solo perché non assomiglia a quello che siamo abituati a considerare bello.

Nella visione di Kawakubo, l’imperfezione non è un difetto da nascondere. È una possibilità. È il luogo in cui l’abito smette di obbedire e comincia a parlare.

Una donna con un punto di vista a volte sceglie l’abito che la rende più interessante.

Non cerca solo l’equilibrio.
Cerca una tensione.

Non cerca solo l’eleganza.
Cerca un’immagine che lasci una domanda.

Ed è qui che la moda diventa davvero identità: quando non serve più a confermare una bellezza già prevista, ma a costruirne una nuova.

A questo proposito, voglio parlare della meravigliosa sfilata Comme des Garçons Homme Plus presentata ieri a Parigi.

Qui il colore non è decorazione.

È energia.

Un’energia capace di generare una libertà fuori dagli schemi: imprevedibile, potente, quasi indisciplinata.

Come se Kawakubo ricordasse che anche il colore può essere una presa di posizione.

Non serve ad addolcire.
Serve ad accendere.

Cosa cercare di Comme des Garçons: i capi che costruiscono un punto di vista

La filosofia di Comme des Garçons può sembrare estrema, ma il modo più interessante per avvicinarla non è necessariamente indossare i pezzi più teatrali.

È cercare quei capi in cui il pensiero diventa taglio.

Sono spesso i capi apparentemente più semplici a raccontare meglio il linguaggio di Rei Kawakubo: perché basta una cucitura fuori posto, una proporzione inattesa, una piega costruita in modo diverso per trasformare un capo quotidiano in una dichiarazione di stile.

Le gonne

Le gonne di Comme des Garçons sono forse uno dei modi più belli per entrare nel suo universo.

Non sono mai solo femminili.
Non sono mai solo romantiche.
Non sono mai solo “gonne”.

Hanno spesso volumi irregolari, tagli asimmetrici, pieghe che sembrano muoversi da sole, costruzioni che cambiano la forma del corpo senza costringerlo.

La gonna, in questa visione, non serve ad addolcire la figura.
Serve a darle carattere.

È il capo perfetto per una donna che vuole mantenere femminilità, ma senza renderla prevedibile.

Da cercare: gonne midi o lunghe, nere o in tessuti strutturati, con tagli obliqui, pannelli sovrapposti, orli irregolari, volumi non perfettamente simmetrici.

Le giacche sartoriali

Le giacche sono un altro punto fortissimo.

Comme des Garçons lavora la sartoria come se volesse smontarla e ricostruirla da capo. La giacca non è solo una giacca: è architettura.

Una spalla leggermente diversa.
Una cucitura visibile.
Un taglio che interrompe la linea classica.
Un volume che sposta il peso del corpo.

Quello che rende speciale una giacca Comme des Garçons è proprio questo: sembra partire da un capo maschile, rigoroso, sartoriale, ma poi lo trasforma in qualcosa di più inquieto, più intellettuale, più personale.

È perfetta per chi ama l’eleganza, ma non vuole sembrare troppo composta.

Da cercare: blazer neri, giacche corte destrutturate, modelli con spalle particolari, cuciture evidenti, tagli asimmetrici, proporzioni leggermente sbilanciate.

Le camicie

E poi ci sono le camicie.

Forse il capo più facile da indossare, ma anche uno dei più interessanti da osservare.

Una camicia Comme des Garçons raramente è solo una camicia bianca. Può avere un colletto fuori scala, un fondo irregolare, un pannello aggiunto, una costruzione che rompe la pulizia classica del capo.

È qui che si vede la differenza tra un capo basico e un capo con un punto di vista.

La camicia non serve più solo a completare un look.
Diventa il look.

Portata con una gonna ampia, un pantalone maschile o sotto una giacca sartoriale, può costruire un’immagine precisa: rigorosa, ma non rigida. Femminile, ma non ovvia. Elegante, ma non addomesticata.

Da cercare: camicie bianche o nere, oversize, con colli importanti, tagli irregolari, maniche ampie, dettagli sartoriali inattesi.

Come portarlo

Il modo migliore per indossare Comme des Garçons non è copiarne l’estetica in modo letterale.

È prenderne il principio.

Scegliere un capo che rompa leggermente l’ordine del look.

Una gonna non perfetta.
Una giacca con un taglio diverso.
Una camicia che non sembri uscita da un guardaroba prevedibile.

E poi lasciare che sia quel capo a dare direzione a tutto il resto.

Perché una donna con un punto di vista non ha bisogno di vestirsi in modo complicato.

Ha bisogno di una scelta forte.

Una sola, ma giusta.

Scoperta della settimana: Morfosis

Visita il sito di Morfosis

Dopo Comme des Garçons e Yohji Yamamoto, avevo bisogno di riportare il discorso più vicino. Più Roma. Più reale. Più acquistabile.

Ed è qui che entra Morfosis, il brand romano fondato da Alessandra Cappiello.

Morfosis è interessante perché non lavora su una femminilità ovvia. Non propone la donna perfetta, levigata, già risolta. Propone una donna in movimento, costruita attraverso forme, texture, volumi, dettagli che non cercano di semplificarla.

Il nome stesso sembra suggerirlo: forma, trasformazione, qualcosa che cambia pelle.

E dentro il tema di questa settimana — donne con un punto di vista — Morfosis funziona perfettamente. Perché anche qui l’imperfezione non è un difetto da correggere, ma una possibilità estetica.

La collezione Spring/Summer 2025, intitolata “Im-Perfection”, parte proprio da questo: trasformare ciò che non è perfetto in stile. Nella collezione ci sono camicie oversize, blazer strutturati, pantaloni ampi, gonne drappeggiate, bustier, long dress e giacche jacquard realizzati artigianalmente in Italia, spesso in edizione limitata.

Ed è proprio questo che mi interessa: non il capo perfetto, ma il capo con presenza.

Non quello che ti rende semplicemente “ben vestita”.

Quello che ti rende riconoscibile.

Cosa comprerei di Morfosis

Se dovessi scegliere, partirei da tre categorie.

La prima: le camicie oversize.

Sono probabilmente il modo più semplice per entrare nel mondo Morfosis senza sentirsi travolte. Una camicia ampia, con volume, portata fuori dai pantaloni o quasi come un piccolo abito, può cambiare completamente la postura di un look.

La seconda: i blazer strutturati.

Qui Morfosis diventa più interessante. Il blazer non serve solo a “sistemare” la figura, ma a costruire una presenza. Lo sceglierei doppiopetto, con una linea decisa, magari da portare con un pantalone morbido o con una gonna meno prevedibile.

La terza: le gonne drappeggiate o i long dress.

Sono i pezzi più femminili, ma non in modo banale. Il drappeggio muove il corpo, rompe la linearità, rende il look meno statico. È una femminilità più adulta, più colta, meno costruita per piacere subito.

Come indossarlo

Il mio consiglio è di non indossare Morfosis in modo troppo “perfetto”.

Meglio spezzarlo.

Una camicia oversize con shorts appena accennati e stivali con tacco.
Un blazer strutturato con pantaloni morbidi e sandali essenziali.
Una gonna drappeggiata con una maglia semplice, quasi povera.
Un long dress con accessori minimali, senza appesantirlo.

Il punto non è sembrare impeccabili.

Il punto è creare un’immagine che abbia carattere.

Perché una donna con un punto di vista non cerca necessariamente il capo che la rende più facile.

Cerca il capo che la aiuta a non assomigliare a nessuna.

Maestro della settimana: Yohji Yamamoto

Yohji Yamamoto non mi interessa solo per gli abiti.

Mi interessa per il modo in cui toglie alla moda il bisogno di essere facile, seducente, immediatamente comprensibile.

Nei suoi vestiti c’è sempre una forma di libertà: quella di non dover spiegare tutto, di non dover piacere subito, di non dover rendere una donna più leggibile di quanto voglia essere.

Per questo, dentro una settimana dedicata alle donne con un punto di vista, mi interessa parlare anche della sua ultima sfilata uomo, presentata ieri a Parigi. Perché a volte la moda maschile, proprio quando è pensata da un maestro come Yamamoto, racconta qualcosa di profondissimo anche sul guardaroba femminile.

La sfilata Yohji Yamamoto Pour Homme Spring/Summer 2027 non aveva l’urgenza di sedurre, stupire, convincere subito. Aveva un altro ritmo. Quello lento, quasi sospeso, di chi non deve dimostrare niente.

Vogue ha scritto che nei suoi show gli uomini non sembrano semplicemente camminare, ma quasi “vagare”, senza fretta. Ed è esattamente questo che mi interessa: l’abito non serve a portarti velocemente da qualche parte. Ti permette di occupare lo spazio in un altro modo.

In passerella, Yamamoto continua a lavorare su ciò che lo rende riconoscibile: forme ampie, camicie lunghe, giacche morbide, pantaloni larghi, proporzioni non prevedibili. Non c’è il desiderio di rendere il corpo più corretto. C’è il desiderio di lasciarlo esistere senza costringerlo a una forma troppo facile.

Ed è qui che il suo lavoro diventa rilevante anche per una donna.

Yamamoto sembra ricordarci che lo stile non è sempre seduzione.
Non è sempre proporzione perfetta.
Non è sempre femminilità leggibile.

A volte lo stile è distanza.
È mistero.
È libertà dal bisogno di essere capita subito.

E forse è proprio questo il motivo per cui i suoi abiti continuano a sembrare così contemporanei: non inseguono la moda del momento, ma un’idea più grande. L’idea che vestirsi possa essere un gesto di autonomia.

Un modo per dire:
non sono qui per essere semplificata.
Non sono qui per assomigliare a nessuna.
Sono qui per esistere nella mia forma.

Cosa ci insegna Yamamoto

La lezione di Yamamoto non è vestirsi “da Yamamoto” dalla testa ai piedi.

La lezione è imparare a usare il volume, la distanza, l’asimmetria, il movimento.

Una camicia grande può diventare un abito.
Un pantalone ampio può rendere il corpo più interessante, non meno femminile.
Un blazer destrutturato può dare più presenza di una giacca perfetta.
Una proporzione sbagliata può diventare la cosa più giusta del look.

Per questo, se dovessi tradurre Yamamoto in un consiglio di stile, direi: scegli almeno un capo che non ti renda più “corretta”, ma più riconoscibile.

Perché ci sono vestiti che ti abbelliscono.

E poi ci sono vestiti che ti permettono di non tradirti.

Style tip of the week: la camicia oversize

Il consiglio di stile della settimana è la camicia oversize portata come un vestito.

Un capo semplice solo in apparenza, che cambia completamente quando viene indossato con intenzione: shorts appena accennati sotto, stivali decisi, un cappello forte. Pochi elementi, ma tutti con una direzione precisa.

E forse è proprio questo il punto di questa settimana: una donna con un punto di vista non costruisce il proprio stile aggiungendo cose. Lo costruisce scegliendo meglio.

Questo look, a prima vista, sembra quasi rifiutare l’idea classica di bellezza. Non cerca la proporzione rassicurante. Non accarezza il corpo. Non prova a rendere tutto più grazioso, più femminile, più facile da leggere.

E invece crea un equilibrio nuovo.

La camicia over porta volume.
La gamba scoperta crea contrasto.
Lo stivale dà forza.
Il cappello aggiunge presenza.
Il colletto importante sposta l’attenzione sul gesto, non sulla seduzione.

Ed è qui che lo stile diventa interessante: quando smette di cercare la bellezza più ovvia e inizia a costruire una presenza.

DA DONNA A DONNA

E il look della settimana nasce proprio da qui.

È un invito a guardare lo stile in un altro modo: non come una somma di capi, ma come una costruzione di identità.

Io sono Veronica Corsi, stylist, e con il mio progetto editoriale racconto ogni settimana brand, icone, sfilate, acquisti e consigli di stile per aiutare le donne a costruire un’immagine più consapevole, personale, riconoscibile.

Nel mio Percorso di Stile lavoro proprio su questo: ti aiuto a capire cosa comprare, dove cercarlo, come abbinarlo e soprattutto come costruire uno stile che parli davvero di te.

Non parto dalle regole.
Parto da te.

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E se vuoi seguire il mio mondo tra moda, identità e stile, mi trovi sui social.

Perché vestirsi bene non significa assomigliare a qualcuno.
Significa iniziare a riconoscersi.

E tu?
Ti senti una donna con un punto di vista
o stai ancora cercando il modo giusto
per raccontarlo attraverso il tuo stile?
















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